Prassi e Teoria, ovvero: Socialismo storico o socialismo liberale. di Alberto Angeli

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La politica, nella normalità è noiosa. Succede allora che anche la vita amministrativa della cosa pubblica, per la maggior parte degli amministrati, a malapena stimola interesse e coinvolgimento. Anche da quando i cambi delle maggioranze e della formazione dei governi sono divenuti normalità, nella loro assiduità nei cambiamenti, la vita politica perde l’attenzione dell’opinione pubblica: sopravvive solo l’informazione stampata e dei talk show, ma unicamente per gli addetti ai lavori. Lo shock del covid 19 ha rivoluzionato questa normalità è stravolto ogni paradigma di ordinarietà su cui si reggeva il sistema politico, economico e sociale, rovesciando sulle relazioni politiche una massa di problemi sanitari, economici, e di sostenibilità del sistema senza eguali fin dalla fine della seconda guerra mondiale.

[Solo quando le case e i templi sono ben morti, si arrischiano le fiere selvagge nelle porte e per le strade.“ (Friedrich Hölderlin), – l’ Iperione ]

Un aforisma che torna a proposito poiché la crisi economica sta distruggendo posti di lavoro e redditi e ingenera nella società sussulti di ribellione e rabbia. Il Governo ha risposto con interventi di assistenza economica e, chiudendo i testi della sapienza economica nel cassetto, ha distribuito enormi risorse finanziare (accrescendo a dismisura il debito pubblico) a tutti e in tutte le direzioni possibili, senza un disegno, una strategia, un orientamento verso cui indirizzare un modello di sviluppo economico alternativo a quello incrociato distruttivamente dal Covid19.

Se stiamo ai fatti possiamo asserire che la politica ha sempre trovato enormi difficoltà con la prassi, lasciando nella nebbia ideologica l’aspetto della teoria, annullando ogni significato del concetto che costituisce una delle chiavi di questo difficile argomento e cioè pensare e fare politica e quindi capire in quale rapporto siano fra loro le domande e i problemi, il tempo ineludibile e il tempo senza fine. Al momento l’unica risposta che si coglie nel mondo politico è enormemente deficitaria rispetto al tema e alle numerose domande sulla funzione dei due termini indicati come teoria e prassi, e quindi pensare e fare politica. Gli esempi a cui ricorrere sono molti, uno fra tutti è l’inoppugnabile verità sulla crisi del nostro sistema politico e, in modo particolare, sullo stato di profonda crisi in cui versano i partiti, svuotati, impoveriti, di un’anima teorica e di una procedura (prassi) al punto da non poter più trasformare i problemi in domande perché colpiti dallo smarrimento quando incalzati  a risolvere il rapporto fra domande e problemi, divenendo per loro incomprensibile come i problemi della teoria possono essere scelti in considerazione delle domande della prassi.

C’è chi si è posto il problema e attivato nella ricerca di una risposta, spostando l’attenzione sulla teoria, senza accorgersi di aggrovigliare i problemi teorici invece di semplificarli, a discapito della prassi. Certo, si tratta di trovare risposte giuste alle sfide di una società industriale moderna e orientata al futuro. Ed è proprio in questa fase di grave crisi economica, fortemente condizionata dall’andamento della pandemia virale, che mette a dura prova i rapporti tra le grandi potenze determinando tensioni e accelerazioni disgiuntive su temi come quello della ricerca di un vaccino che invece dovrebbe unire, che occorre porsi alla ricerca di una nuova identità politica come risposta ai problemi che coinvolgono la nostra società e i rapporti internazionali.  E’ quanto sta accadendo nell’ambito di quello spazio politico o quell’area culturale che si richiama al socialismo e presidia piccole e parziali aree culturali, nelle quali il confronto svela una forte intensità sulla ri-definizione del socialismo nella prospettiva di realizzare un diverso modello di sviluppo. La corrente di pensiero che si fa largo in questo ristretto panorama è quella che si riferisce al socialismo liberale o al liberalsocialismo, il cui precursore è stato Gaetano Salvemini e ripreso poi da Carlo Rosselli, in cui l’impasto delle istanze classiche del liberismo si intrecciano con quelle del socialismo, con l’abbandono del socialismo classico a favore di un sistema economico misto con prevalenza di un’economia di mercato.  Giunti a questo punto, però, non dobbiamo commettere neppure l’errore di identificare il liberalismo sociale ( che si colloca alla sinistra del liberalismo classico ) con la socialdemocrazia dalla quale attinge limitate ispirazioni Keynesiane, la cui rappresentanza è riconducibile storicamente a Benedetto Croce e poi al Partito Repubblicano di la Malfa,  e questo rilievo ci consente di affermare che i punti di approdo teorici  delle due formazioni non sono per niente riconducibili al socialismo liberale il quale movimento politico, a sua volta, si allontana dalla visione teorica e pratica del socialismo storico, collocandosi in una posizione più aperta ( prendendo a proposito la società aperta e i suoi nemici di K. Popper ) alla pratica liberista.

D’altro canto fu proprio Bettino Craxi, con il suo saggio su Proudhon riprodotto sull’Espresso nell’anno 1978, ad aprire la strada al revisionismo della teoria socialista. Era la presa d’atto di una divisione che rifletteva la diversa visione e collocazione internazionale di due forze: una, erede della tradizione giacobina, le cui insegne sono quelle del Marxismo-Leninismo; mentre l’altra, i socialisti, si orientarono a scegliere la tradizione del pluralismo della civiltà occidentale, una strada teorica poi rielaborata da Martelli in una Conferenza Organizzativa del PSI del 1982 in cui pose la questione del merito e dei bisogni in una chiave di ricollocazione del PSI fuori dalla sua tradizione storico- radicale. Dieci ani dopo, 1992, il PSI si presenta alle elezioni politiche con un simbolo nuovo. Nel 1993, all’assemblea nazionale cambia nuovamente simbolo e il segretario, eleggendo Giorgio Benvenuto, al quale segue dopo pochi mesi, Ottaviano Del Turco, a cui succede Valdo Spini e dopo di lui, venne nuovamente rieletto Ottaviano del Turco fino al dicembre 1994. Insomma, il socialismo delle grandi riforme ( e speranze ) sostenute a realizzate: scuola dell’obbligo, nazionalizzazione della produzione di energia elettrica, superamento della mezzadria, statuto dei lavoratori, riforma sanitaria universale e gratuita, solo per citarne alcune, perde la sua spinta rivoluzionaria, in cui teoria e prassi, pensiero e azione si fondono dialetticamente a rappresentare la vera identità di una forza politica, per dare spazio ad un’avventura che ha portato alla scomparsa del socialismo nel nostro Paese.

E’ giusto e opportuno mantenere aperto il confronto e il dibattito sull’ipotesi di lavorare teoricamente sulla ridefinizione del socialismo in questo momento storico guardando al futuro iperinfomatizzato e megadigitalizzato, ben sapendo che la comprensione di questo dilemma tra una tesi sul socialismo liberale e l’antitesi del socialismo modernizzato nella tradizione – da vivere come momento di lucidità razionale – non danno corso a una sintesi praticabile ( prassi ) cioè ad una dialettica in cui pensiero e azione si riorganizzano a sostegno di una scelta contraddittoria e irrazionale, poiché il socialismo liberale si pone in termini inconciliabili con la natura teorica e la prassi del socialismo storico.

Alberto Angeli


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