Socialisti al capolinea: come ripartire. di Alberto Benzoni

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Chi scrive, dopo 63 anni vissuti all’interno di una comunità socialista, è oggi senza fissa dimora. Una situazione, credetemi, soggettivamente e oggettivamente intollerabile. Soggettivamente perché coinvolge tanti altri compagni, “rimasti fuori” o chiamatisi fuori nell’arco di una generazione; insieme ad un universo che penso assai ampio di persone che, fuori dal nostro piccolo recinto, hanno bisogno del socialismo democratico ma non sanno a chi o a che cosa rivolgersi.

Oggettivamente perché le, diciamo così, strategie perseguite dal socialismo politicamente organizzato sono tutte arrivate al capolinea. Non so quante sigle, tutte chiuse nella loro piccola dimensione e totalmente insensibili, per varie ragioni, a qualsiasi richiamo unitario; la principale delle quali e titolare del nome raccoglie lo 0.2% dei consensi e appare caudataria di un partito, Italia viva, che con il socialismo non ha e non vuole avere nulla a che fare.

Quando e dove abbiamo sbagliato? Per chiunque voglia ripartire, una domanda cui dobbiamo una risposta.

La mia ipotesi (frutto, beninteso, del senno del poi) è che abbiamo sbagliato all’inizio; ma che non potevamo non sbagliare.

Avremmo potuto, come i tre partiti minori, scioglierci; affidando le fortune personali di questo o di quel dirigente a chi l’avesse adottato. Una scelta forse corretta ma, nelle circostanze date, improponibile.

Avremmo dovuto, come la Dc, riciclarci in una nuova veste e con un gruppo dirigente di ricambio; ma, come sappiamo, non esistevano, nel nostro caso, le condizioni necessarie per portare avanti, con successo, questa operazione.

E però, avremmo potuto e dovuto, a questo punto, prendere campo; leggi chiamarci fuori, come suggeriva Craxi, dal falso bipolarismo della seconda repubblica, un ambiente, peraltro, per noi del tutto inospitale; presentandoci, nel 1994, solo nel proporzionale. Una scelta che avrebbe tenuto insieme compagni, ansiosi di fuggire nelle più diverse direzioni, e che ci avrebbe gradualmente collocato (ma questa è una mio giudizio personale) a sinistra del Pds/Pd sia sulle questioni economico-sociali sia su quelle di libertà e di rispetto dello stato di diritto.

Avremmo dovuto però pagare il prezzo di una non breve traversata nel deserto. Ipotesi che però era vista con orrore da diecine e diecine di migliaia di compagni, di quadri, di eletti di un partito allo sbando e assolutamente dominati, questo è il punto centrale, dalla duplice ansia di protezione e di vendetta. Una duplice aspirazione che, ci piaccia o no, sarebbe stata la stella cometa del popolo socialista nei decenni successivi.

Protezione e vendetta. Due pulsioni, inestinguibili anche perché mai veramente soddisfatte; e comunque incompatibili con l’esistenza stessa di un partito socialista degno di questo nome. Se tu affidi totalmente a Berlusconi la tua vendetta, puoi garantire il tuo contributo personale alla bisogna; ma scompari fatalmente come collettivo, oltre che nella tua stessa ragion d’essere. Se poi, nelle vesti di partito socialista, ti affidi, per essere prima riammesso in società e poi come protettore di ultima istanza, ad un partito che ha applaudito alla tua distruzione e che ha cancellato il socialismo dal suo passato e dal suo presente, finisci col perdere qualsiasi identità. Trasformando il desiderio di rivalsa dei tuoi iscritti in rancore impotente e autodistruttivo.

Alla fine della storia, c’è stato qualcuno che ha pensato bene, dando per scontato che il socialismo fosse un relitto del passato, di assicurare, insieme, ansia di protezione e ansia di vendetta, affidandosi al più grande rottamatore oggi in circolazione. Un binario morto; ma anche la fine, ingloriosa, della nostra storia.

Da dove ripartire allora? Per prima cosa, dalla liquidazione di questo mefitico retaggio. Il miglior modo per fare i conti con quelli che ci hanno distrutto è, semplicemente, di tornare a esistere; e per esistere e operare non abbiamo bisogno di alcuna protezione né di chiusure rancorose e impotenti.

Per tornare a esistere dobbiamo, per prima cosa, riscoprire e recuperare il socialismo: e non solo e non tanto nella sua dimensione partitica (quella verrà da sé, ma in un secondo momento) ma piuttosto come eredità del passato e come parte essenziale del nostro futuro. E, nel primo caso come nel secondo un socialismo democratico; con mille aggettivi ma anche, in proiezione futura, senza bisogno di averne qualcuno. Oggi, l’aggiunta automatica di “riformista” e “liberale” vale soltanto, come avviene di solito, a sminuire il valore del sostantivo; segnalando, al nostro interno, un richiamo al nostro passato riassumibile in una versione, per giunta edulcorata, del messaggio di Craxi.

Ora, il socialismo italiano, e in questo sta la sua capacità di risorgere, non comincia e, quindi, non finisce con Craxi. Perché ha mille fonti di cui nutrirsi; e quindi mille aggettivi. Mentre quello del presente e del futuro non ha bisogno di aggettivi; perché potrà e dovrà riassumersi in un messaggio che travalica le sue stesse frontiere – solidarietà, pace, lotta alle disuguaglianze, recupero, a tutti i livelli, dei valori e delle istituzioni della democrazia, internazionalismo – e intorno al quale si articolerà, durante e dopo la grande crisi della pandemia, lo schieramento alternativo al ritorno della barbarie.

Riscoprire il socialismo. Oggi e nell’oggi. Abbiamo gli strumenti per farlo. Riviste prestigiose, come Mondoperaio; ma non solo. Giornali come l’Avanti! non più soltanto organi di un partito ma appartenenti a tutti. Associazioni ed esperienze comuni a ogni livello; espressione, in particolare, di quanti, in nome della democrazia, si sono battuti, ieri, contro il referendum costituzionale e oggi contro la riduzione del numero dei parlamentari.

Per riscoprire, per far nascere tra di noi e soprattutto al di fuori di noi, la cultura anzi la civiltà socialista non possiamo, purtroppo, riferirci al nostro passato prossimo o a eventi esterni dell’oggi (sto parlando dell’Italia). Dovremo allora, riportare alla luce (con lo spirito del minatore non dell’archeologo) gli eventi e le parole; di ieri e di sempre. Ottima cosa, allora, uscire, periodicamente (mi riferisco al nuovo Avanti!), in relazione a grandi eventi del nostro passato nazionale: Primo maggio, 2 giugno, nascita del Psi, 20 settembre, 25 aprile, tanto per fare alcuni esempi.

E poi, i grandi appuntamenti che hanno segnato la nostra storia: dal 14 luglio alla formazione della seconda internazionale, dalla rivoluzione russa di febbraio, alle tante rivoluzioni condotte in nome di un’ansia di riscatto nei suoi più diversi aspetti.

Dovranno esserci da guida in questo percorso le tre parole lanciate al mondo dalla rivoluzione francese. E soprattutto una, la prima ad essere brutalmente cancellata e soppressa, l’unica che ci appartiene totalmente e in tutti sensi: fraternità.

Alberto Benzoni


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